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Sardegna, l'isola dell'intreccio raccontata in un museo

Il Museo dell'Intreccio Mediterraneo esplora questa antica tradizione con una esposizione di manufatti provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo

cestino cesto vimini artigiano tavolo legno intrecciare
©clu/iStock
L'intreccio di un cestino
Quella dell'intreccio delle fibre vegetali è un'arte antica che coniuga da sempre abilità manuali e risorse della terra, dando vita ad attività artigianali che, nel corso del tempo, si sono profondamente radicate nella cultura di numerose popolazioni del pianeta. Nel bacino del Mediterraneo, dove la macchia mediterranea dona numerose essenze, questa attività ha conosciuto un fiorente sviluppo che dapprima, in molti casi, l'ha vista prendere piede come forma di supporto al sostentamento delle famiglie le cui donne si dedicavano alla realizzazione di utensili ed accessori di uso quotidiano per arrotondare le entrate, per poi diventare un'attività artigianale tramandata di generazione in generazione. La Sardegna è una delle aree del Mediterraneo in cui questo antico sapere si è radicato con maggiore intensità nella cultura isolana diventando una delle forme artistiche tradizionale più rappresentative di diverse zone della regione. Non è un caso, dunque, che proprio in Sardegna sia nato un intero museo dedicato all'arte dell'intreccio, alle sua storia ed alle sue tecniche. Si tratta del Museo dell'Intreccio Mediterraneo, con sede a Castelsardo, un'esposizione che esplora questa antica forma di artigianato in tutti i suoi aspetti mostrandone le produzioni più rappresentative provenienti sia dalla Saedegna che dagli altri Paesi del bacino del Mediterraneo.



Esplorando le sale del museo ci si rende immediatamente conto di quanto questa arte si differenzi per stili, tecniche ed oggetti prodotti, in base alle differenti zone di produzione. Si scoprono i segreti dei manufatti realizzati con struttura a spirale e con struttura ad incrocio, due tecniche di intreccio che si basano su una differente distribuzione della fibra di trama sull'ordito, alle quali si aggiungono gli intrecci utilizzati per la realizzazione di tetti e stuoie, delle sedute delle sedie tipiche della cucina sarda, di oggetti per le attività lavorative come le nasse per la pesca o per occasioni o cerimoniali sacri, come la palma in occasione della Pasqua. In particolare, la tecnica a spirale è diffusa in tutta l'isola e viene applicata utilizzando procedimenti, materiali e attrezzi simili ed eseguendo due tipi di punti, quello attorcigliato e quello fisso. Le zone della Sardegna in cui questa tecnica ha conosciuto un maggiore sviluppo sono quelle di Castelsardo, dove ha sede il museo, di Ittiri e Sennori, di Montresta, di Olzai e Urzulei, di San Vero Milis, di Sinnai e Quartu, di Flussio e Tinnura e di Ollolai, dove da secoli le donne intrecciano le fibre di asfodelo. Leggi qui per saperne di più sui manufatti intrecciati di asfodelo prodotti ad Ollolai.

Il museo, oltretutto, è stato allestito all'interno di una suggestiva fortezza militare del XII secolo eretta dalla famiglia Doria come caposaldo strategico del sistema difensivo genovese dell'isola. Una pregevole opera di restauro ha consentito il ripristino del medievale camminamento delle sentille che congiungeva il castello con l'antico convento di San Martino e del ponte levatoio, frutto della ristrutturazione dei Bastioni di Manganella. Durante la visita, dunque, si può godere anche dell'opportunità di visitare questo interessante maniero godendo, peraltro, di un magnifico panorama. L'esposizione si rivela davvero unica nel suo genere sia per la cornice in cui è allestita sia per le sue proporzioni. Basti pensare che il percorso di visita si articola su due piani per un totale di ben nove sale che, al piano inferiore, sono dedicate prevalentemente alle tecniche di lavorazione, mentre a quello superiore si concentrano sugli ambiti d'uso. In questo modo si potranno scoprire magnifici manufatti provenienti da diverse zone del Mediterraneo ed in particolare dalla Sardegna che propone oggetti di uso quotidiano, strumenti dedicati alle attività tradizionali come l'agricoltura, il piccolo allevamento, la pesca e il commercio e creazioni legate all'ambito magico-religioso.

Scopri le più affascinanti tradizioni italiane legate all'arte dell'intreccio. Ve ne abbiamo parlato qui



L'esposizione dedica, inoltre, particolare attenzione ai manufatti della rinomata cestineria di Castelsardo caratterizzata dalla produzione di contenitori ed accessori di pregevole fattura tra i quali spiccano canestri, crivelli, setacci e le tradizionali corbule, particolari cestini di forma troncoconica particolarmente legati alla cultura sarda. Questi cesti, fino alla metà dello scorso secolo, erano parte integrante del corredo nuziale delle donne prossime al matrimonio che comprendeva una batteria costituita da tre canestri (chirrigu, chirrigheddu, canistedda) e, appunto, tre corbule (sa crobe manna, sa crobe, sa crobischedda). Gli sposi, inoltre, erano soliti portare a casa i doni ricevuti per le nozze proprio all'interno di corbule in segno di prosperità e buon auspicio. Ma questi contenitori non erano legati soltanto ai lieti eventi. Le corbule, infatti, venivano spesso utilizzate anche in occasione del lutto per offrire alle famiglie del defunto raccolte in preghiera il cibo per il pasto diurno o serale, “Su pratu”. Le corbule, inoltre, sono legate ad un particolare fenomeno sociale che ha coinvolto numerosi ragazzi sfortunati di Cagliari a cavallo tra la fine del XIX ed il XX secolo. Bambini e adolescenti, spesso orfani, che versavano in condizioni di estrema povertà erano soliti girare per le vie della città proprio portando con sè una corbula in attesa che le signore della borghesia cittadina gli affidassero umili lavoretti da ricompensare con qualche moneta. Suor Giuseppina Nicoli (1863-1924), beatificata a Cagliari il 4 febbraio 2008, dedicò a questi ragazzi, chiamati Piccioccus de Crobi (ragazzi della cesta), la propria esistenza interessandosi della loro cura, educazione ed istruzione per toglierli finalemnte dalla strada.

Uno degli elementi più interessanti dell'esposizione è, però, certamente il fassone "su fassoi", una particolare imbarcazione lacustre che ricorda, per certi versi, le antiche barche di papiro degli egizi. E' lunga circa quattro metri e si distinge per la prua appunta e la poppa tronca. I fassoni sono realizzati con fasci di fieno lacustre legati insieme con corde di giunco intrecciate e sono una vera e propria rarità. Basti pensare che vengono utilizzati in soli due posti al mondo: gli stagni di Cabras e Santa Giusta in Sardegna ed il lago Titicaca in Perù. A Santa Giusta, inoltre, ogni anno, durante il mese di agosto, viene organizzata l'affascinante Regata de is fassonis che tiene viva questa antica tradizione richiamando tantissimi visitatori da ogni dove.

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