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The Assassin di Hou Hsiao-Hsien, un ponte tra Cina e Giappone

Si spazia da Kyoto a Nara, da Taiwan alla Mongolia interna cinese con l'ultimo film del maestro orientale

Movies Inspired
"Nella Cina del IX secolo una ragazzina di dieci anni, Nie Yinniang, viene sottratta ai genitori ed educata a diventare un'assassina. In un territorio nel quale l’Impero si trova a dover fronteggiare la crescente ribellione delle province, Yinniang cresce sapendo di dover combattere corruzione e crudeltà, all’ordine del giorno": Questa è la premessa di The Assassin di Hou Hsiao-Hsien, regista cinese di Millenium Mambo (2001), divenuto molto noto dalle nostre parti per la vittoria del Leone d'Oro alla 46ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia nel 1989 per il suo Città dolente. E che oggi potrebbe ricevere nuova - meritatissima - attenzione per il suo ultimo film, un wuxia (così si chiamano i film della tradizione cinese di arti marziali) dalle suggestioni molto diverse. Un effetto al raggiungimento del quale hanno sicuramente concorso anche le ambientazioni, accuratamente scelte, che hanno portato la produzione a spaziare dal Giappone alle province più lontane della vastissima Cina.

Una storia di sicari, ma anche di amore, dalla scenografia e la fotografia ammalianti, che non a caso ha vinto il premio per la miglior regia alla 68ª edizione del Festival di Cannes e che ha goduto - come location principale - della cornice naturale di alcune delle zone più belle della provincia dello Hubei, a sud dello Shaanxi e della stessa Pechino, dalla quale la separano poco più di un migliaio di chilometri. Il Tempio di Nanyan nei monti Wudang (o Wu Tang Shan) e il lago Dajiu, nel distretto forestale di Shennongjia (ammirato nelle scene conclusive), appartengono a quest'area. Una di quelle citate dallo stesso regista nella presentazione del film: "Abbiamo girato gli esterni nella Mongolia Interna, nel nord est della Cina, e nella provincia dello Hubei. Sono rimasto esterrefatto quando ho potuto ammirare quei laghi e quelle foreste di betulle argentate: era come esser stato trasferito in un dipinto cinese classico. L'acqua e le montagne, evocate da una singola pennellata; ma non una fantasia, anzi, una splendida realtà, incontaminata, almeno per ora".

"Quel che volevo mostrare con queste 'pittoresche' riprese del panorama era come la presenza dell'uomo possa inserirsi in luoghi di una bellezza tanto capace di sopraffare - svela Hou Hsiao-Hsien. - I campagnoli che appaiono nelle scene sono dei veri contadini, ripresi mentre agiscono come d'abitudine nella loro vita. Mi hanno persino ispirato, suggerendomi come mettere in scena usanze che furono, molto ordinarie, umane". "Quando avevano fame, - per esempio, continua divertito il regista, - incuranti che stessimo girando o meno, tagliavano via una parte di un grosso pezzo di carne secca che tenevano appeso a un palo. Ed è quel che ho filmato, anche se non era nella sceneggiatura. Ma questo è il mio metodo, come regista: lascio accadere le cose".

Attenzione a crederci troppo, vista l'abilità del filmmaker cinese naturalizzato taiwanese come direttore d'Orchestra. Come creatore, oltre che osservatore. Una abilità che lo ha portato - coerentemente con il titolo di 'capofila della Nouvelle Vague di Taiwan' - a valorizzare anche le aree dello Stato 'de facto' costituito dal gruppo di isole di Formosa, Pescadores, Quemoy e Matsu e la sua capitale, Taipei. Qui infatti sono state effettuate delle riprese nei Central Motion Picture Corporation Studios, ma soprattutto nella valle di Jia Jiu Liao del Wulai District e nella Cilan Forest di Datong, comune rurale composto da otto villaggi distesi sui versanti del fiume Lanyang, nello Yilan.

Location scelte in assoluto rispetto alla realtà raccontata, come dimostra la creazione di due abitazioni in stile Tang all'esterno degli stessi Studios (per avere "vera luce del sole e vero vento, nonostante il rumore") e il trasferimento in Giappone, nei pressi di Nara e Kyoto (sedi di templi imprescidibili nell'economia della vicenda) e di Himeji (dove il locale Tempio Shoshazan Engyo-ji è diventato la casa del mago). Tutto per regalare allo spettatore un vero e proprio viaggio nel tempo, per fare si' che potesse davvero diventare - come nei piani di Hsiao-Hsien - "qualcuno seduto sulla riva di un torrente zampillante a osservare tutto quanto scorre davanti a sé, il turbinio e la quiete. Ma anche qualcuno pronto a tuffarsi letteralmente nella corrente, e a farsi portare via dall'immaginazione".



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