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Puglia location film Rubini Grande Spirito Ilva Taranto

Il Grande Spirito aleggia sui tetti di Taranto

Nel film di Sergio Rubini lo stabilimento dell'Ilva è il mostro di ferro che ossessione l'indiano Papaleo.

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Siamo abituati a vedere le nostre città dalle nostre macchine, dal piano delle strade che percorriamo ogni giorno, al massimo dalle finestre di casa… Ma che effetto potrebbe fare cambiare prospettiva? Cosa potremmo scoprire elevando il punto di osservazione più che lo sguardo stesso? Magari un personaggio come quello incontrato da Sergio Rubini nel film da lui stesso diretto, Il Grande Spirito. Una sorta di 'indiano metropolitano' fuori tempo massimo, asserragliato sui tetti di una Taranto diversa da solito… e mai nominata esplicitamente.

Proprio in un quartiere della periferia della città pugliese, infatti, durante una rapina, uno dei tre ladri, il cinquantenne Tonino (Sergio Rubini) ruba l'intero malloppo e scappa inseguito dai suoi complici infuriati. E scappa verso l'alto, di tetto in tetto, fino a raggiungere la terrazza più elevata, oltre la quale c'è lo strapiombo, che lo costringe a cercare rifugio in un vecchio lavatoio. Lì trova uno strano individuo (Rocco Papaleo) dall'aspetto eccentrico che sostiene di chiamarsi Cervo Nero, di appartenere alla tribù dei Sioux e che il Grande Spirito in persona gli avesse preannunciato l'arrivo di un Uomo del destino. Sotto assedio, in un quartiere presidiato, a Tonino - detto Barboncino - non rimane che allearsi con quello squilibrato pellerossa.



È lo stesso regista a raccontare come tutto nasca dalla sua passione d'infanzia per gli indiani: "mio padre mi aveva raccontato che, a differenza di quanto ci insegnavano i film, erano loro le vittime, e quando con i miei amichetti giocavamo ai cowboy, facevo l'indiano. Mi piaceva la loro idea del mondo, la tragicità della loro storia. Così ho pensato a un indiano che mi sarebbe piaciuto interpretare". "A Taranto è capitato ciò che è capitato agli indiani: sono arrivati gli yankee e hanno portato un mostro di ferro che li avvelena"… l'Ilva. Stabilimento siderurgico che da anni incombe sulla città, in testa alle classifiche nazionali di mortalità sul lavoro, e che campeggia nel film da vero e proprio protagonista.

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"Un mostro di ferro che avvelena tutto" lo definisce Rubini, che da subito a deciso che non avrebbe potuto filmare altrove la sua storia. E che ha trovato la location perfetta nel rione Tamburi, vicino alla fabbrica. O meglio su alcuni tetti circostanti, dove dal 9 novembre del 2017 si sono svolte le riprese. Una "terra sacra" costellata di ciminiere, che - nella finzione - costringe il Renato di Rocco Papaleo a rifugiarsi 'in alto' dopo la morte del padre proprio a causa dello stabilimento nel tentativo di convincersi che "Il mondo di sotto non esiste".

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Tutti motivi per cui il film è stato descritto come un "western urbano", anche se il diretto interessato preferisce definirlo "una sorta di Barone Rampante". E ampliare il raggio dell'avventura ben oltre la questione tarantina: "Questo è un film che va oltre Taranto - ha dichiarato a tarantobuonasera.it. - Il centro storico dovete metterlo a posto prima ancora di pensare all’Ilva; è un problema culturale. Bari Vecchia era un ghetto, oggi è altro. Bisogna capire che con il cinema, la musica, la cultura, si fa PIL e questo va spiegato anche ai commercianti che si lamentano per i momentanei disagi prodotti dalle riprese di un film, come è successo proprio a Taranto per la produzione Netflix. C’è un problema di arretratezza culturale".



"Arrampicarsi sui tetti, a Taranto, in inverno, è stato molto fisico, faticoso" ricorda il regista, che ha dovuto gestire le riprese sulle terrazze e gli ex lavatoi di 13 condomini distribuiti in due quartieri della periferia cittadina. Una esperienza dura e indimenticabile anche per il suo compagno d'avventura, Rocco Papaleo, che ammette di esser "morto di freddo" pur svelando come "girare su una terrazza mi ha dato una sensazione di altitudine e di rarefazione, e confesso che per la prima volta nella mia vita ho toccato con mano qualcosa di veramente speciale: l'idea di abbandonarmi a un luogo". Quello stesso al quale Rubini dedica il suo ultimo pensiero: "A Taranto c'è una luce strepitosa, ma Taranto È una città strepitosa. E non solo per la luce o per la storia. È una città bagnata da due mari, e non è una cosa normale. È come se avesse due laghi di Garda, come se fosse bagnata da due laghi Maggiore. È una città speciale con una storia speciale, che spero presto possa evolvere in positivo".


 
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