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I ricordi della sua Polonia nel Cold War di Pawel Pawlikowski

Da Cannes agli Oscar, passando per i nostri cinema, per rivivere un passato doloroso e le sue divisioni.

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Sarà probabilmente uno dei principali candidati al Premio Oscar per il Miglior Film di Lingua Straniera, almeno a vedere l'entusiasmo suscitato da Cold War di Pawel Pawlikowski allo scorso Festival di Cannes, dove si è aggiudicato il Prix de la mise en scène per il Miglior Regista, e agli European Film Awards. Molto, indubbiamente, dovuto anche all'atmosfera che le immagini di ?ukasz ?al suscitano, a partire da una scelta di ambientazioni perfetta per una vicenda tanto toccante e drammatica.

Un'appassionata storia d'amore tra un uomo e una donna che si incontrano nella Polonia del dopoguerra ridotta in macerie. Provenendo da ambienti diversi e avendo temperamenti opposti, il loro rapporto è complicato, eppure sono fatalmente destinati ad appartenersi. Negli anni '50, durante la Guerra Fredda, in Polonia, a Berlino, in Yugoslavia e a Parigi, la coppia si separa più volte per ragioni politiche, per difetti caratteriali o solo per sfortunate coincidenze: una storia d'amore impossibile in un'epoca difficile.



Una storia che nasce dalla realtà del regista, che ha dichiaratamente dedicato il film ai genitori (i cui nomi sono quelli dei protagonisti del film), morti appena prima della caduta del Muro di Berlino nel 1989, e alla loro vita passata prendendosi e lasciandosi, separandosi o rincorrendosi… "Erano tutte e due persone forti e meravigliose, ma come coppia un disastro totale", ricorda Pawlikowski nelle note ufficiali, raccontando la genesi di una 'elaborazione' non facile. Che è passata necessariamente anche dalla scelta di location molto vicine, tra loro e al cuore del nostro filmmaker di Varsavia.

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Che tra il gennaio e l'agosto del 2017 ha viaggiato tra la sua Polonia e la Francia di Parigi (della quale possiamo riconoscere la Place Emile Goudeau e gli esterni del club Eclipse in Rue Malebranche ripresi in soli quattro giorni), passando per la Croazia di Spalato (dove vediamo suonare il gruppo di Mazurek), per raccontarcela in un bianco e nero denso di significati: "Se guardate alla Polonia dei primi anni '50 - racconta il nostro Pavel, - non c'era alcun colore. Abbiamo giocato con l'idea di realizzare una sorta di Technicolor sovietico, sbiadendo i verdi e i rossi, ma siamo addivenuti alla conclusione che sarebbe sembrato troppo artificioso".



"La Francia è un paese d’esilio tradizionale per i polacchi ed è l'opposto della Polonia - aggiunge, per chiarire. - Per quanto riguarda la Jugoslavia, c'era l'interesse per l'aspetto visivo, ma anche il fatto che all'epoca fosse un paese non allineato. Quindi il personaggio di Viktor non poteva tornare dietro la Cortina di ferro, ma poteva andare in Jugoslavia"… Come ha fatto lui, per molti mesi, anche prima dell'inizio delle riprese, svoltesi principalmente nella sua Patria abbandonata. Tra il comune di Bia?aczów (dove troviamo la scuola d'Arte) e il capoluogo dello stesso Voivodato di ?ód? (dove sono ambientate le scene nello Studio), fino alla gotica Breslavia sul fiume Oder, nel Voivodato della Bassa Slesia, o il fiume Narew (le cui rive hanno ospitato le scene 'campagnole' di Zula e Wiktor) e le rovine della chiesa in mattoni - costruita nel 1806 e distrutta dalle bombe del 1944 - di Kniazie, nel Voivodato di Lublino.

"Tutte le scelte sono state prese in modo spontaneo, seguendo una logica, - conclude Pawlikowski. - Alla base non c'è nessun intento intellettuale, fanno parte del film. Una volta che capisci che forma dovrà avere il film, è quest'ultimo a dettare le scelte. Durante le riprese esiste un momento magico, che è quando ti accorgi che è il film che comincia a dirigere se stesso e tutto quello che devi fare è solo prestare attenzione". Quella che vi invitiamo a prestare a questo piccolo gioiello… non ve ne pentirete!
 
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