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A Beirut nel Cafarnao libanese che ha conquistato Cannes

Il nuovo film di Nadine Labaki ci immerge in una realtà che sarebbe criminale ignorare.

Lucky Red
Siamo abituati a sentire parlare di Medio Oriente in modi molto diversi, e probabilmente mai abbastanza. In particolare, sono sempre meno i pregiudizi nei confronti di una città come Beirut, negli ultimi anni definita "la Miami del Medio Oriente" e descritta come centro culturale e commerciale di livello internazionale. Ma la maggior parte delle persone probabilmente pensa ancora al Libano come un esotico paese ricco di fascino e dalla gastronomia intrigante. E anche il cinema ne ha rappresentato solo alcuni aspetti, in film di viaggio o documentari antropologici… Fino a oggi. Il Cafarnao - Caos e miracoli con cui Nadine Labaki ha vinto il Premio della giuria all'ultimo Festival di Cannes, infatti, promette di stravolgere molte delle nostre convinzioni.



Quello del titolo è un termine desueto, che indica - in italiano, come nell'inglese 'Capharnaüm' - un mucchio confuso di cose o di persone, un luogo ricco di disordine. E che deriva dal nome si un antico villaggio della Galilea sul Lago di Tiberiade, la cui sinagoga è ricordata dai vangeli come centro della predicazione di cristo, e dove una gran folla accorreva per vederlo. Un termine perfetto per sintetizzare i tanti temi che la regista di Baabdat voleva trattare… "Alla base di Cafarnao c'erano una serie di problematiche, - raccontava la Labaki: - l'immigrazione clandestina, i bambini maltrattati, i lavoratori stranieri, il concetto di frontiera, l'assurdità di tante situazioni, l'esigenza di avere un pezzo di carta che dimostri la nostra esistenza, senza il quale non contiamo nulla, il razzismo, la paura dell'altro, la freddezza della convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia".

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"Cafarnao racconta le peripezie di Zain, un bambino di dodici anni che decide di intentare una causa contro i suoi genitori per averlo generato quando non erano in grado di crescerlo in modo adeguato, non fosse altro che dandogli amore", spiega ancora la filmmaker. Ma dallo sguardo del piccolo protagonista trapela il dramma vissuto da un intero Paese, lo stesso che vive lui nella sua Odissea, a Beirut, nei quartieri più disagiati della città. Dove a lungo - per circa sei mesi - cast e crew si sono trattenuti per le riprese.

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La prigione di Roumieh e la baraccopoli di Cola sono sicuramente i panorami più facilmente identificabili, mentre il Parco di divertimenti nel quale lavora Rahil (la ragazza madre etiope che nasconde Zain) è il Beirut Luna Park di General De Gaulle e la via del mercato è quella del Souk Al Ahad, sulla Emile Lahoud che costeggia il fiume Beirut. Inevitabile che con una storia così e dei personaggi come quelli coinvolti - presi dalla strada - il tempo passato sul set fosse tanto. E comportasse un'altrettanto lunga fase di montaggio: due anni! Resi necessari dal dover ridurre le dodici ore di materiale di partenza.

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"Non è stato facile - come rivelato dalla Labaki, nonostante girasse fosse nella sua città originaria. - Perché la cosa più importante era di non interferire con la vita vera. Non volevamo bloccare strade o dire alla gente di fare silenzio. Quello che stavamo facendo non poteva risultare artificiale, e abbiamo voluto mescolarci, confonderci. Abbiamo inserito gli attori in quel contesto e abbiamo lavorato intorno a loro. A volte era difficile riuscire a concentrarsi, era un vero caos… Un cafarnao!".



"Dovevo mostrare la baraccopoli del film, renderla visibile - dice ancora la regista. - A quanti tirano dritto facendo finta di non vedere". E per questo ha fatto "casting nelle strade", intervistando "i bambini e i loro genitori", finendo con il trovare il loro piccolo protagonista, un rifugiano siriano che oggi è riuscito a stabilirsi in Norvegia con la famiglia. Lontano da un Paese e da una realtà che - come tiene a sottolineare Nadine - "riguarda tutti"… Quanti "non hanno accesso ai diritti elementari di istruzione, salute e anche amore", e noi.
 
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