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A Roma Henri Cartier-Bresson: "l'occhio del XX secolo”

Un percorso di 500 opere firmate dal più grande fotografo del Novecento. Si tratta della mostra “Henri Cartier-Bresson” che l'Ara Pacis ospita fino al 25 gennaio

Henri Cartier-Bresson
Zetema
George Hoyningen-Huene – Henri Cartier-Bresson, 1935
A dieci anni dalla sua scomparsa il Museo dell’Ara Pacis di Roma dedica una grande retrospettiva al celebre fotografo francese Henri Cartier-Bresson. Realizzata in collaborazione con le Centre Pompidou di Parigi e con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, l’esposizione è curata dallo storico della fotografia Clément Chéroux che ha scelto di mostrare al pubblico i diversi aspetti dell’opera del celebre fotografo, attraverso un percorso per immagini basato sulla cronologia. L’opera di Cartier-Bresson ha infatti attraversato la storia del XX secolo, dal surrealismo degli anni ‘30 , alla seconda guerra mondiale, dalla contestazione del ’68, agli anni del comunismo, dalla Guerra Fredda alla decolonizzazione. Inoltre per dare un profilo più ricco alla mostra e capire meglio l’evoluzione del fotografo si è deciso di esporre 350 immagini con tiratura vintage, ovvero stampe originali d’epoca, utilizzate dallo stesso Cartier-Bresson in occasione dei suoi vari eventi espositivi.

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Perché andare
La retrospettiva ripercorre le vicende artistiche del fotografo con l’ambizione di mostrare i diversi aspetti della sua opera. Si parte dalle opere giovanili eseguite a dodici anni in modo amatoriale, per passare poi per i rari dipinti dell’artista e arrivare, infine, al suo primo viaggio in Africa, dove decide di dedicarsi definitivamente alla fotografia. Dopo una prima adesione al movimento surrealista, l’artista si avvicina ai comunisti francesi. Inizia il periodo “dell’impegno politico” in cui comincia a lavorare per la stampa comunista. Nel percorso espositivo trovano così spazio gli scatti commissionati dal giornale Ce Soir, ma anche i lavori da reporter creati per l’agenzia Magnum, come il funerale di Gandhi, il reportage sulla Russia, sulla Cina o sull’India. In concomitanza con i reportage il fotografo si interroga su alcune grandi questioni sociali della seconda metà del Novecento. Ecco che assieme agli scatti per la stampa periodica, nell’esposizione dell’Ara Pacis s’incontrano le immagini di carattere “antropologico” ispirate al rapporto uomo-macchina, alle icone del potere e alla società dei consumi.

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Da non perdere
Dagli anni Settanta, in poi Cartier-Bresson smette poco per volta di accettare i reportage, cioè di fotografare in un contesto obbligato. Ritenendo che la Magnum si allontani giorno dopo giorno dallo spirito con cui era stata creata, il fotografo si ritira dall’agenzia. Ed è proprio nell’ultima parte del percorso che si può apprezzare un Cartier-Bresson più intimo e contemplativo. Le sue fotografie si fanno, infatti, calme, posate e non dipendono più “dall’attimo decisivo” sul quale aveva costruito la sua fama di leggenda vivente. Grazie al libro di Eugen Herrigel « Lo Zen e il tiro con l’arco », il fotografo ha, infatti, abbracciato il buddismo. Ormai quell’antica disciplina spirituale è in sintonia col suo nuovo modo di affrontare la fotografia. I soggetti preferiti dall’artista diventano un giornale poggiato sul letto, un ombra minacciosa che avanza, la veduta da una finestra.

Henri Cartier-Bresson
Fino al 25 gennaio 2015
Luogo: Museo dell’Ara Pacis, Roma
Info: 060608
Sito: www.arapacis.it


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