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Umbria. Surreale Scarzuola

Surreale Scarzuola

Entrando nell'atrio porticato, difficilmente ci si aspetta quello che si andrà a visitare (più che altro quello che compare letteralmente davanti agli occhi), nei Giardini circostanti dove si entra in una dimensione surreale, fiabesca, alterata.

Scarzuola
©CECILIA MARTINO
Nelle vicinanze di Montegiove, in una delle zone più intatte dell’Umbria, esattamente a Montegabbione, in provincia di Terni, si trova l’antico convento della Scarzuola, fondato nel 1218 da San Francesco su una collina. Il nome deriva dalla “scarza”, pianta palustre che Francesco utilizzò per costruirsi una capanna. Entrando nell’atrio porticato, difficilmente ci si aspetta quello che si andrà a visitare (più che altro quello che compare letteralmente davanti agli occhi), nei Giardini circostanti dove si entra in una dimensione surreale, fiabesca, alterata. Ma prima di inoltrarsi nei sentieri della “Buzzana”, la città teatrale congegnata da Buzzi, si visita la chiesa dove, nell’abside, si trova un affresco del XIII secolo raffigurante Francesco in Levitazione, che probabilmente è la più antica raffigurazione pittorica del Santo, ancora immune dai canoni dell’iconografia ufficiale. Se in questo posto Francesco fece scaturire una fonte d’acqua da un cespuglio di lauro e rose, Tomaso Buzzi (1900-1981) l’architetto che nel 1957 ne acquista la proprietà, ha fatto a suo modo un altro miracolo, ideando e realizzando concretamente nell’arco di un ventennio, un microcosmo a misura della sua immaginazione con l’intento vagamente allucinatorio di dar vita a una città ideale, la “Buzzana” appunto, che fosse una macchina teatrale sempre aperta (ci sono bel 7 teatri) ispirata all’ideale umanistico della composizione armonica di natura e cultura. In un fitto scambio allegorico, ispirato alla Hypnerotomachia Polyphili di Francesco Colonna (1944), si intrecciano motivi naturali, concessi dalle meraviglie del giardino del convento (che fa parte dei Grandi Giardini Italiani), e creature artificiali, quinte scenografiche, oggetti di scena, elementi alchemici in successione coordinata, dove si perde il senso della realtà ma soltanto per ritrovarne uno maggiore, che è forse quello della vita intera. La Scarzuola si configura come un assemblaggio di forme e architetture sviluppatesi per generazione spontanea, come una grande opera globale sempre aperta, mai finita, in cui elementi del passato si sovrappongono a quelli del presente e del futuro possibile. Come stile dominante, il neomanierismo, evidente nell’uso-abuso di scale, sproporzioni volute, mostri, e nel suggerire percorsi labirintici, geometrici, persino astronomici. Basta citare i nomi delle meraviglie che, come Alice nel suo Paese, si incontrano durante il percorso per intuire, forse, lo spessore simbolico del tutto: Pegaso, la Torre dell’Angelo Custode e del Tempo, il Tempio della Madre Terra, la Torre della Meditazione e della Solitudine, il tempio esagonale dedicato a Fiora e Pomona, il Teatro delle Acque, l’Organo arboreo, il Tempio di Apollo, un alto tamburo con al centro il cipresso colpito dal fulmine, la Torre di Babele, la Scala Musicale delle Sette Ottave, la Scala di Giobbe, sull’onda di una geniale contaminazione di musica e architettura. Il “fenomeno Scarzuola” non è nuovo. Ci si stanno dedicando da tempo studiosi e scrittori, e giovani studenti con le loro tesi di laurea, ciascuno con una sua interpretazione possibile. Una chiave di lettura è sicuramente quella dell’elevazione dell’Uomo, che ne farebbe la continuazione e rivisitazione in chiave moderna del tema francescano per eccellenza. Un compromesso, insomma, tra il sacro (la città sacra, il convento) e il profano (le fabbriche del teatro) sovraccarico di riferimenti e citazioni. La Scarzuola 05010 Monteggabbione (TR), tel. e fax. 0763/837463
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