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Marche, le particolarità del borgo di Elcito

La frazione di San Severino Marche è un luogo da scoprire, dove si può ammirare l'albero più grande della regione

Panorama
© iStockphoto
Veduta panoramica di Elcito
Addossato al colle di Montenero, nella valle del Potenza, San Severino Marche è un comune in provincia di Macerata che si offre al visitatore come piacevole destinazione per una gita fuori porta. La sua principale attrazione è la Pinacoteca che ha trovato sede presso Palazzo Tacchi Venturi, dove sono esposte opere di artisti locali. Ma vale la pena visitare la suggestiva frazione di Elcito, situata su uno sperone di roccia ad oltre 800 metri di altezza alle pendici del Monte San Vicino. La sua posizione la rende la località più suggestiva del comune di San Severino Marche e si presenta come un vero e proprio gioiello circondato da mura difensive e raccolto intorno alla piazzetta. Il borgo è rimasto proprio come era un tempo, con il suo nucleo centrale caratterizzato dalle case in pietra oggi ristrutturate, l’antico castello medievale, le strade strette e piccole dove non possono accedere i mezzi. Ogni angolo regala spettacolari scorci panoramici sulla vallata, permettendo al visitatore di contemplare un paesaggio rimasto immutato nel corso del tempo. Essendo un borgo quasi disabitato, le ispirazioni arrivano dai rumori della natura. Non è un caso che Elcito sia conosciuto infatti come il Borgo del Silenzio: qui si stacca la spina completamente, non ci sono ritmi frenetici ma solo la tranquillità più assoluta. Pace ancora più palpabile durante l’inverno, quando la neve ricopre le case, i resti del castello e l’intera vallata regalando atmosfere ovattate sospese nel tempo. 



Il momento in cui il paese si rianima è invece durante l’estate, precisamente il 16 agosto quando viene celebrato il patrono, San Rocco, con una manifestazione in costume medievale che comprende anche diversi giochi per bambini. Al Patrono è dedicata anche l’unica chiesa parrocchiale, dei primi del Novecento, che custodisce un bel coro ligneo, due confessionali lavorati artigianalmente e un dipinto di Maria Desolata dietro un altare “privilegiato perpetuo”. Poco, invece, è rimasto del castello eretto a difesa dell’abbazia benedettina di Valfucina, risalente al XI secolo: si possono ammirare la porta e alcune porzioni delle mura. L’abbazia disponeva di una vasta biblioteca e di quasi 400 pergamene che oggi sono conservate negli archivi di San Severino Marche.  La struttura, nel 1250, subì un grave incendio ed è crollata alla fine del Settecento a causa di un incendio: oggi rimangono la cripta e degli splendidi capitelli figurativi. Ma è proprio dal castello che si può partire per una gita naturalistica da togliere il fiato, ovvero quella verso la faggeta di Canfaito, da quella che, in origine, era un campo di faggi. Il luogo svela ai visitatori una particolarità, ovvero la presenta del più grande faggio delle Marche, con un’età di oltre mezzo secolo, inserito tra i 300 alberi monumentali d’Italia nell’omonima pubblicazione del Corpo Forestale. È in compagnia di altri esemplari di un centinaio di anni più giovani, lungo il sentiero definito dalla gente del luogo “il viale dei giganti”.  Anche di inverno, con ciaspole ai piedi, è un’escursione che vale la pena intraprendere e che offre davvero emozioni particolari.



La zona è un unicum anche per quel che riguarda i suoi prodotti e piatti tipici, come insaccati, formaggi e, soprattutto, il vino Doc “Terreni di San Severino”. La viticoltura qui ha una storia plurisecolare che inizia con i Romani per riaffermarsi durante l’Alto Medio Evo, quando il consumo del vino si diffuse dalle mense ecclesiastiche a quelle signorili e, con il passare dei secoli, a quelle borghesi fino a raggiungere tutti per motivi sanitari oltre che alimentari. Il territorio collinare del comune di San Severino Marche risulta storicamente tra le zone più felici per il prosperare rigoglioso della vite e per la produzione di uve di qualità, che danno origine ad un vino che divenne una parte importante dell’economia locale, tanto che iniziò ad essere commercializzato a Roma, nel Veneto ed altre Signorie dell’epoca ma anche per essere utilizzato come mediatore di pace.



Ci sono diversi casi passati alla storia: il primo riguarda il Papa Urbano V che, nel 1370, investì Smeduccio di Nunzio della Scala, della Vicaria di S. Severino e la città rese omaggio al Pontefice per tale scelta con 850 litri di vino locale, che all’epoca consistevano in 24 barili. Nel 1445 avvenne l’episodio dell’implorazione al cardinale Camerlengo: per persuadere il capitano di ventura Braccio Baglioni ad andarsene dalla città con i suoi soldati vennero offerti 500 litri di vino.  Nel 1430 il Console di San Severino ringrazia il Comune di Norcia, con l’invio di due salme di vino invecchiato, per la sospensione di rappresaglie commerciali in vigore contro la città, mentre l’elezione nel 1458 del Papa Pio II è motivo di invio a Roma di 97 barili e 30 damigiane di vino di San Severino. I Terreni di San Severino risulta oggi un ottimo vino rosso di grande struttura, disponibile in quattro le tipologie: Rosso, Rosso Superiore, Passito e Moro. Si accompagna a tagliatelle a sugo di lepre ed ai primi piatti ricchi di sugo. Perfetto è anche l’abbinamento a carni bianche, rosse, cacciagione in preparazioni succulente, aromatiche ed a formaggi di media stagionatura, mentre la tipologia Passito si abbina piacevolmente a dolci, dai più semplici ai più strutturati. Da provare anche con dessert a base di cioccolato e con formaggi stagionati.
 
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