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Il dramma dei profughi nell'Africa di Sean Penn

Il regista porta l'incubo della Liberia in Sudafrica nel suo nuovo film Il tuo ultimo sguardo.

01 Distribution
Non si può dire che Sean Penn abbia scelto male il film nel quale far esordire il proprio erede, Hopper Penn, avuto con Robin Wright e che gli abbonati di Netflix hanno potuto vedere già nel War Machine con Brad Pitt. Il ventitreenne figlio d'arte, grazie al padre sfuggito alla droga, ha potuto approfittare infatti del quinto film da regista del due volte premio Oscar, Il tuo ultimo sguardo, per fare la sua prima esperienza nel lungometraggio. E per girare in location che non vediamo spesso, ma che molti nostri connazionali hanno imparato ad amare da turisti… quelle sudafricane di Cape Town.

Da quelle parti si svolge la storia d’amore tra il Dr. Miguel Leon (il premio Oscar Javier Bardem), un medico impegnato in una missione di aiuto sanitario, e la dottoressa Wren Petersen (la sudafricana premio Oscar Charlize Theron), direttrice di una organizzazione umanitaria. Una vicenda che si svolge - nella finzione scenica, ovviamente - sullo sfondo di una Liberia devastata dalla guerra, nella quale Miguel e Wren dovranno sono costretti a trovare il modo per mantenere vivo il loro rapporto, in condizioni estremamente difficili, e ad affrontare il problema che le loro opinioni per risolvere il conflitto che li circonda siano diametralmente opposte.

E 'da quelle parti' avrebbero potuto finire anche i set del A United Kingdom: L'amore che ha cambiato la storia, poi di fatto girato in Botswana. Di fatto l'ultimo film che avevamo visto ambientato in Sudafrica fu il surreale Grismby con Sacha Baron Cohen, tutt'altro prodotto da quello che la scrittrice/sceneggiatrice Erin Dignam e il produttore Matt Palmieri (amici da 25 anni e legati personalmente al continente africano) avevano intenzione di realizzare. Anche grazie alla scelta di Penn.

"Quando Sean è entrato nel progetto e ha sviluppato la sua visione, il film ha preso forma", sostiene l'altro produttore Bill Pohlad, cui fa eco proprio Palmieri aggiungendo: "Sean era stato in Sudan e ha voluto aumentare le dimensioni del film, farlo diventare epico, perché lo meritava". "Non stavamo inventando quell’ambiente, - commenta lo scenografo Andrew Laws, - lo stavamo riflettendo, come uno specchio". Ma ricreare quegli avvenimenti e raccontare una storia che si svolge in quattro paesi (Sierra Leone, Liberia, Sud Sudan e Sudafrica) è stata un sfida logistica e finanziaria per i realizzatori, come conferma ancora Laws: "Semplicemente dal punto di vista della produzione è stato complicatissimo". E "preoccupante". Ma il produttore esecutivo Jon Kuyper, non nuovo a questo tipo di set, era sicuro che oltre a offrire uno straordinario mix di location, le competenze e le capacità della troupe tecnica e dei servizi di supporto di quel paese sarebbero stati in grado di soddisfare tutte le esigenze della produzione di Il tuo ultimo sguardo.

"I tanti paesaggi che caratterizzano il Sudafrica avrebbero potuto ospitare tranquillamente tutti gli ambienti di cui avevamo bisogno" aggiunge Laws, che per tre mesi - con il resto della produzione - ha girato in tutto il paese, trovando il tanto ricercato ambiente desertico del Sud Sudan a Upington e Pella (dove si svolge la scena dell'attacco al villaggio, ricreato all’interno delle strutture rocciose che la caratterizzano), nella provincia di Northern Cape. Più a sud, nella provincia del KwaZulu-Natal (che da solo ha le dimensioni della Svizzera) nella Mzamba Valley, i realizzatori hanno trovato l’ambiente giusto per la Sierra Leone e la Liberia, che fanno da sfondo a gran parte della narrazione: la giungla, il valico di confine e un enorme e sconvolgente campo profughi.

Per motivi logistici, i realizzatori avevano bisogno che l’area del campo fosse molto vicina alla giungla tropicale che il gruppo attraversa, affrontando un lungo e pericoloso viaggio per abbandonare la Liberia nel momento in cui infuria la guerra e arrivare alla frontiera, dove scoprono l’enorme campo dove si è rifugiata gran parte della popolazione. "Era molto importante per noi avere quell’ambientazione, quella vegetazione lussureggiante e quel grande spazio dove costruire il campo e far arrivare al pubblico la sensazione di quanto fosse enorme il problema" sono le ultime parole dello scenografo, testimone dell'impegno profuso dal regista nel progetto: "Sean voleva riflettere qualcosa di molto attuale, qualcosa che sta succedendo proprio adesso". E su cui tutti dovremmo, forse, riflettere di più. Quotidianamente.
 
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