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Palazzo Schifanoia a Ferrara

Schifanoia: una delizia del signore

Già nel nome esprimeva con chiarezza quello che ne sarebbe stato l'uso: Schifanoia (= schivare la noia). Si trattava di un edificio sviluppato in lunghezza, ad un solo piano, contornato di merli

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Era usanza dei signori di Ferrara, come della nobiltà italiana in generale, costruire ville fuori città o in zone urbane molto ricche di verde per trascorrervi periodi di riposo, studio o divertimento. In esse, contornati dalla corte e da una nutrita schiera di convitati, essi organizzavano giostre e cacce, banchetti e ricevimenti. Erano dette, queste residenze, le "delizie" del signore. Alla fine del XIV secolo il marchese Alberto V d'Este ordinò di costruire nella zona sud orientale di Ferrara, non lontana dal Po e in posizione periferica, una di queste ville, che già nel nome esprimeva con chiarezza quello che ne sarebbe stato l'uso: Schifanoia (= schivare la noia). Si trattava di un edificio sviluppato in lunghezza, ad un solo piano, contornato di merli. Più tardi l'edificio subì varie modifiche. Per volere di Borso d'Este e secondo il progetto dell'architetto Pietro Benvenuti degli Ordini, a partire dal 1465 la costruzione fu rialzata di un piano e fu aggiunto il grandioso portale a bassorilievo (realizzato probabilmente su disegno di Ercole de'Roberti). Nel 1493 i merli furono abbattuti e sostituiti da un cornicione in cotto, mentre l'edificio venne ulteriormente allungato. Sul retro si organizzò un parco. La facciata, che oggi si presenta in semplice laterizio, fu affrescata con un motivo ad esagoni in finto marmo a colori vivaci. Dopo la partenza degli Estensi da Ferrara (1598) il palazzo cambiò molte volte di proprietà e d'uso, subendo distruzioni e interventi volti a modificarne l'aspetto. Gli affreschi quattrocenteschi furono ricoperti di calce nel corso del Seicento e se ne perdette traccia. Solo dopo il 1820 furono riscoperti. Con la fine del Risorgimento il Comune acquistò il palazzo, intraprese complessi lavori di restauro alle strutture e alle decorazioni pittoriche e, infine, nel 1898 vi trasferì il museo civico. Palazzo Schifanoia presenta, al suo interno, importanti cicli decorativi di varie epoche ed espone le raccolte del Museo Civico. Il primo piano è dominato dal Salone dei Mesi, l'ambiente più famoso di tutto il complesso. Si tratta di un'impresa pittorica eseguita a varie mani nel giro di pochi mesi (tra il luglio 1469 e il marzo 1470), che rappresenta ad oggi una delle massime espressioni della cultura figurativa rinascimentale italiana. Le pareti del Salone sono divise in scomparti fra colonne dipinte, poggianti a loro volta su una finta balaustra. Ogni scomparto rappresenta un mese ed è diviso in tre fasce orizzontali: nella più alta è rappresentato il trionfo di divinità pagane, maschili e femminili, su ricchi carri, mentre attorno si svolgono le attività umane poste sotto la protezione del dio. Nella fascia centrale trova spazio il segno dello zodiaco, accompagnato da tre decani mutuati dall'astrologia orientale. Nella parte bassa viene sempre rappresentato Borso circondato dalla sua corte, mentre amministra lo stato o si dedica agli svaghi. La lettura verticale mostra il passaggio dal mondo divino a quello umano attraverso l'interpretazione dei simboli astrologici, i quali vengono indicati come un mezzo a disposizione dell'uomo per decodificare il volere di Dio. Il regista dell'impresa fu Pellegrino Prisciani, letterato famoso e uomo di fiducia del duca. A Francesco del Cossa, artista a quel tempo già affermato, vengono generalmente attribuiti i mesi di marzo, aprile, maggio. Negli scomparti le forme sono solide e sintetiche, il colore luminoso, la disciplina prospettica impeccabile. Il pittore guarda con viva simpatia il mondo naturale e le attività umane e non manca di usare l'estro deformante nella rappresentazione del paesaggio e delle architetture. Il mese di settembre è invece attribuibile ad Ercole de'Roberti, più giovane ma già capace di creazioni originali e complesse. Il dinamismo e la deformazione, soprattutto nella scena della Fucina di Vulcano, sono portati ad una violenza espressiva e plastica lontana da qualsiasi equilibrio classicheggiante. Dopo il grande salone si entra nella Sala delle Virtù, decorata nel 1467 da Domenico di Paris. Vi si conserva un sontuoso soffitto a lacunari dipinti e un fregio in rilievo dove stemmi ed imprese retti da putti si alternano ad immagini delle virtù teologali e cardinali. Per il resto il palazzo conserva una preziosa collezione di miniature, di ceramiche graffite, di avori, di sculture in terracotta dipinta, di bronzetti, di monete e medaglie. Molto belli sono gli stalli lignei del Coro di Sant'Andrea, eseguiti alla fine del XV secolo. Infine, tra le sculture, si segnala lo splendido busto di Leopoldo Cicognara, opera della maturità di Antonio Canova.
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