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Sudan Nubia - Meroe Naga e Musawwarat

I luoghi sacri di Meroe

Le Piramidi di Meroe e i templi di Naga e Musawwarat: luoghi sacri tra deserto e savana.

Piramidi di Meroe
©Cecilia Martino/TURISMO.it/Nexta
Spuntano dall’alto di una collina dietro dune che il vento spazzola e modella a suo piacimento, si alternano a piccoli gruppi e quando pensi di aver finito, c’è già un’altra visione che quasi ingombra il senso dell’orientamento: sono le magnifiche piramidi della Necropoli reale di Meroe, uno dei siti archeologici più famosi della Nubia. Si tratta di due gruppi composti da 40 piramidi che vanno a formare il cosiddetto cimitero nord e il cimitero sud, praticamente il più grande agglomerato di piramidi mai conosciuto. Qui trovarono sepoltura i sovrani dell’antico regno di Kush e, insieme ad essi, i loro corredi funebri e quelli del proprio harem e dei servitori. Meroe fu la capitale del regno kushita dopo il periodo di Napata (750-500 a.C.) nel quale si succedette la famosa XXV Dinastia detta dei “Faraoni neri”.

La civiltà meroitica rivela maggiori influenze egizie rispetto a quella napatea, ma con picchi di assoluta originalità che ancora intrigano archeologici e studiosi, specie per quanto riguarda la scrittura. Ai profani (come la sottoscritta) potrà risultare praticamente impossibile distinguere il geroglifico egiziano da quello meroitico, ma pare ci siano differenti versioni (una prima in corsivo, un’altra in geroglifico) che hanno reso la scrittura meroitica degna di ripetuti approfondimenti, vero rompicapo per molti specialisti. Passando di tomba in tomba i glifi e la simbologia evocante l’antico Egitto irrompono senza mezze misure, tra raffigurazioni di snelle divinità e robuste Candace, le “divine adoratrici di Amon” che rivestono un ruolo molto importante presso i sovrani napatei e in tutto l’Alto Egitto in generale. Le Candace (che in meroitico vuol dire “sorella”) sono donne quasi sacralizzate in quanto investite del privilegio di affiancare il re, compaiono in moltissimi dipinti all’interno delle piramidi in atteggiamenti maschili raffiguranti coraggio e forza (con l’arco e le frecce) e molte sono sepolte proprio qui, nella Necropoli reale di Meroe.

Immerse, oggi, in un silenzio quasi irreale restituito dalla piana desertica, con il Nilo distante solo 3 chilometri, queste piramidi si fanno ricordare per la loro unicità, e se la foga dei “tombaroli” – tra cui (ahimè) un italiano, tale Ferlini – non avesse defraudato questi scrigni dei loro tesori, il mosaico che esse compongono sarebbe perfetto. Un lieto fine però c’è: il bottino di Ferlini, appartenente alla tomba della regina Amanishakheto, una Candace del I secolo a.C., è oggi conservato ed esposto in una sala del museo di Berlino intitolata appositamente agli “ori di Meroe”. Dal momento che la fortuna aiuta gli audaci ma non gli stolti, il tesoro rapito dal Ferlini –  consistente di anelli, bracciali, parure, oro e pietre preziose – una volta riportato in Europa dal suo trafugatore, venne ritenuto un falso: troppo lontano lo stile dei gioielli da quello, più familiare, di analoghi oggetti rinvenuti nelle tombe egizie. Tant’è.

Continuiamo a seguire le tracce della civiltà meroitica e le prossime tappe si rivelano fondamentali: Naga e Musawwarat, raggiunte dopo un percorso su strada asfaltata prima, e un tratto sabbioso a seguire la vallata del Wadi Awatib, dopo. La scenografia naturale è quella della savana e, tra acacie ombrellifere e  folti cespugli di graminacee, si giunge a destinazione. Naga è la località sacra del periodo meroitico del quale conserva i monumenti più significativi e intatti. Immancabile il tempio del dio Amon introdotto da una schiera di sfingi poste di fronte all’ingresso principale, raffigurate con la testa di ariete. Il tempio del leone è impreziosito dai grandi rilievi visibilissimi di cui è esemplare quello del dio Apedemak, il re Leone estraneo al pantheon egizio, che qui viene invece esaltato addirittura con cinque differenti stili di cui i più singolari sono: con il corpo di serpente che esce da un fiore di loto con busto umano e testa leonina e la rappresentazione con più braccia che suggerisce una certa influenza indiana.

Stessa influenza che si può riscontrare nell’uso di innumerevoli raffigurazioni di elefanti nel tempio di Musawwarat, il più grande del Sudan, contraddistinto da un grande recinto: qualcosa come 600 metri di lunghezza che racchiude un mix di costruzioni alquanto sconfusionato ma che rende l’idea della vastità del sito. Nei pressi dell’area archeologica di Naga si trova un pozzo che viene utilizzato tutt’ora dagli abitanti dei villaggi per i loro rifornimenti di acqua: vi giungono dopo tragitti di anche due ore, con asini a seguito. Una parentesi di vita nel grande deserto che infuoca di solitudine i tanti chilometri che percorriamo in fuoristrada.

Con la prossima tappa si varca la mappatura di quelle geografie sacre del mondo che sprigionano forze, al di là di ogni possibile suggestione: l’incontro sarà con la “Montagna pura” dei nubiani, la risposta sudanese all’Ayers Rock degli aborigeni.

Continua: la “Montagna pura”, il Jebel Barkal

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