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Enna. Vacanze in miniera

Enna. Vacanze in miniera

Al centro della Sicilia sorge il Parco Minerario Floristella-Grottacalda, sito d'archeologia industriale attivo per duecento anni nell'estrazione dello zolfo, divenuto oggi museo a cielo aperto.

Floristella Grottacalda
“ ... eccola là, la Luna ... C’era la Luna! La Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva per cielo, la Luna ...”

Le miniere: un pezzo di storia siciliana. Lo zolfo, un minerale estratto nell’isola che produsse sviluppo nell’Europa continentale, ma che non riuscì a crearlo per le donne e gli uomini di Sicilia dove, già a cinque anni, i bambini lavoravano all’interno di tortuosi budelli interrati a trasportare carichi di pietre. Pirandello raccontò la realtà delle miniere di zolfo nella novella “Ciaula scopre la Luna”, storia di un “caruso” (un bambino lavoratore) che fatica l’intera giornata risalendo carichi di zolfo che gli storpiano il fisico. E un giorno, costretto a lavorare sino a tardi, nel buio scorge la Luna che non aveva mai visto, rimanendone incantato.

La Sicilia dei minatori così bene raccontata dal Nobel per la letteratura, è palpabile con mano grazie alla trasformazione di una miniera dismessa in un parco d’archeologia industriale. Il luogo è la provincia di Enna, la miniera è quella di Floristella Grottacalda, 400 ettari (fra Valguarnera, Aidone e Piazza Armerina, non distante dai mosaici) in cui sono visitabili, in un contesto boschivo, gli impianti per l'estrazione e la lavorazione dello zolfo.

Il parco minerario è costituito da tre siti estrattivi: Floristella, Grottacalda e Gallizzi. A Floristella si trova una sede del Parco ed il Palazzo Pennisi, parzialmente recuperato ed in futuro sede di un museo della civiltà mineraria, da cui si nota l’intero sito estrattivo. Sotto la residenza gentilizia si aprono alcune ampie fosse: sono le fornaci (“calcheroni”), in cui il minerale bruciava per poi colare liquido dalla cosiddetta "bocca della morte", all’interno di forme di legno dette “gavite”. Curiosando all’interno ed intorno ai “calcheroni”, si notano i panotti di zolfo pronti per il trasporto ma ormai “pietrificati” dall’interruzione del ciclo estrattivo, avvenuta nel 1986, che li ha lasciati lì come reperti di quel che sarebbe diventato un museo a cielo aperto.

In posizione soprastante si nota un pozzo, evoluzione del processo estrattivo dagli aspetti sociali non indifferenti: non furono più i bambini a riportare alla luce il minerale bensì quei vagoncini che, arrugginiti, sono fermi nel punto in cui s’arrestarono dall’ultimo viaggio dall’interno della terra.

Nella pineta si trovano le “discenderie”, i tunnel che raggiungevano le vene di zolfo, luogo di lavoro per picconieri e “carusi”. Scrutandoli, ripidi e angusti come sono, il pensiero corre indietro sino a quell’infanzia negata e costretta, dalla miseria, a risalire per le ripide scalinate ricavate dalla roccia, con carichi di zolfo di venticinque chili. L’area del parco è solcata da una sorgente di acque sulfuree e caratterizzata anche dal fenomeno delle “Maccalube” emissioni di metano e acqua che risalgono dal sottosuolo.

A Gallizzi, immersa nel bosco, si scopre la parte più antica della miniera (del '700), mentre a Grottacalda si possono visitare pozzi, ciminiere, forni e la ferrovia. Le strutture di lavorazione sono più moderne e presentano il sistema di forni gill, l'evoluzione del calcherone.

Nella foto: il sito estrattivo di Floristella, caratterizzato da pinete e sterri di zolfo, visto da Palazzo Pennisi: al centro si notano i “calcheroni”, le fornaci da cui si estraeva lo zolfo.

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