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L'Oro Verde della Colombia che ha conquistato Cannes

La Guajira, Magdalena e il popolo dei Wayuu offrono un'altra immagine della culla del narcotraffico.

Academy Two
Ultimamente abbiamo visto associare la Colombia a ogni tipo di figura e narrazione legate al narcotraffico, ma la Repubblica presidenziale che guarda all'America del Centro e del Nord non è solo Medellin e Bogotà. Né, tantomeno, ??Escobar? e Ochoa o cartelli vari! Un aiuto ad aprire la mente - e a spaziare con lo sguardo su un Paese dalle molte facce, pur non allontanandosi dal tema - viene oggi da Oro verde - C’era una volta in Colombia di Cristina Gallego e Ciro Guerra.

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Le origini del narcotraffico colombiano, attraverso la storia epica di una famiglia indigena Wayuu. Un clan familiare, con a capo una donna Ursula, che si trova coinvolto nel boom del successo del commercio di marijuana ai giovani americani negli anni ‘70. Quando avidità, passione e onore si scontrano, si scatena una guerra fratricida che metterà in gioco le loro vite, la loro cultura e le loro ancestrali tradizioni.



È lo stesso Guerra - regista del primo film colombiano mai nominato a un Premio Oscar (El abrazo de la serpiente, ovviamente per il film in lingua straniera) - a definirlo "Un film di gangster e spiriti". Il racconto di una "immane sciagura", di un "grande tabù di cui non è permesso parlare". "Come nei film precedenti volevamo parlare dei popoli nativi dell’America Latina e delle loro rispettive storie che spesso sono trascurate", aggiunge, prima che la collega Gallego concluda, introducendo i veri protagonisti della storia: "la civiltà che raccontiamo nel film, il popolo dei Wayuu, vive rispettando codici di comportamento che non sono così dissimili da quelli usati dai gangster".

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E proprio dalla popolazione Wayuu vengono gli attori del film, oltre che le location. Noti anche come Guajiro, attualmente si stima siano rimasti in poco più di 300.000 distribuiti tra la Colombia settentrionale e l’estremo nord-ovest del Venezuela, soprattutto nella zona della penisola della Guajira, sulle coste caraibiche, dove - con il dipartimento della Magdalena - è stato ampiamente girato il film.



Da febbraio a maggio del 2017 immersi nella profondità di quella regione, in balia delle tempeste e delle sabbie del deserto di Cabo de la Vela, delimitato dal Mar dei Caraibi. Nove settimane necessarie a ricostruire il decennio tra i '70 e gli '80 noto come della 'bonanza marimbera'. Circa un migliaio di animali (senza contare scorpioni, api e serpenti) e almeno il doppio di comparse, un "deserto-studio" nel quale sono stati costruiti l'abitazione del protagonista, un cimitero, una pista aerea e un piccolo agglomerato rurale.

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"Abbiamo affrontato delle riprese che ci hanno messo alla prova a tutti i livelli: professionale, fisico e spirituale - ha aggiunto la coregista. - Come nel deserto, bello e rude, ricco di sfide e di difficoltà dalle quali siamo usciti con la conferma del gruppo umano che ci circondava e ha reso possibile l'impossibile, motivato, rinsaldato e ricaricato dall'amore e la fede necessari per il nostro raccontaro". "Tra il 2006 e il 2007 avevamo esplorato la costa nord della Colombia - continua la Gallego ricordando quando ha scoperto la "bonanza marinbera": "abbiamo fatto varie ricerche, discusso l’argomento con le popolazioni locali. Abbiamo ascoltato una quantità di storie di cui non avevamo mai sentito parlare. E ci siamo chiesti: perché nessuno prima ha mai raccontato questa storia?".

 
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