Un habitué del Caffè San Marco, il più nobile e conosciuto, il più austero e romantico insieme, è Claudio Magris, docente universitario, famoso germanista: occhialetti sul naso, libri appoggiati sul tavolino, fogli sparsi, un caffè fumante, Magris passa qui giornate intere, assorto nella sua lettura.

Al San Marco l’atmosfera d’altri tempi è rimasta pressoché immutata: con i suoi tavolini di marmo e ghisa, il bancone di una volta in legno scuro come il resto dell’arredamento, le specchiere e gli affreschi originali. Molti ricordano la Serenissima: Marco Lovrinovich, infatti, che aprì il Caffè nel 1914, era istriano di sentimenti italiani, innamorato di Venezia. Così il Leone di San Marco si trova un po’ ovunque: sui lampadari, sulle suppellettili, sui mobili. Tutti chiari riferimenti all’italianità. Non a caso, la direzione dei lavori fu affidata a Napoleone Cozzi, pittore, scrittore, alpinista, ma soprattutto irredentista convinto.

Il restauro ha rispettato l’ambiente originario. Manca solo il biliardo.
Ma è rimasto quel caratteristico chiacchiericcio divertito che accompagna il ticchettio del timer, usato nelle interminabili sfide agli scacchi, mentre al tavolo accanto un universitario ordina gli appunti della prossima lezione o, chissà, del suo futuro libro.
Del resto Svevo iniziò così.