Un grande quadro, intitolato “Le due Frida” coglie forse più di ogni altro il significato profondo di questa affermazione: a grandezza naturale, o più grande ancora, una Frida in buone condizioni di salute fa pendant a una seconda Frida ferita, che perde sangue… l’una amata, l’altra no.

Di fronte a un cielo grigio dalle nuvole burrascose, stanno sedute due Frida che guardano l’osservatore: l’una vestita con la camicetta e la gonna di Tehuana, tiene in mano una fotografia di medaglione di Diego bambino, la seconda, indossa un vestito bianco con il davantino alto in pizzo, come una sposa di un altro secolo, e, servendosi di una pinza medica, tenta di arrestare l’emorragia che parte dal suo cuore aperto. Ma il male è fatto, lascia tracce: la pinza non riesce ad arrestare il sangue di cui si svuota il corpo di Frida, il vestito bianco è macchiato.

“Bisogna che il quadro vi guardi quando voi lo guardate. … E’ un lavoro di penetrazione psicologica. … Si vede lontano nell’essere e la sua presenza tocca le vostre fibre più profonde. La rimessa in discussione, insisto, è anche lo sguardo del quadro su di voi.”

“ A volte mi chiedo se la mia pittura non sia stata, nel modo in cui l’ho portata avanti, più simile all’opera di uno scrittore che a quella di un pittore. Una specie di diario, oppure la corrispondenza di tutta una vita. Il primo come luogo in cui avrei liberato la mia immaginazione, analizzando vita, morte e miracoli di me stessa, mentre con la seconda, avrei dato notizie su di me o dato parte di me, semplicemente, a persone care. D’altronde, i miei quadri li ho quasi tutti regalati, in genere sono stati destinati a qualcuno fin dall’inizio. Come delle lettere."