Gli uomini del bush. Questo significa “bosjemans”, il vocabolo boero che da tre secoli si utilizza per indicare i San, probabilmente il gruppo etnico più antico dell’Africa australe. Per molto tempo sono stati confusi, per via delle affinità linguistiche, con gli Ottentotti (Khoi), fino ad ipotizzare l’esistenza di un unico popolo denominato, per l’appunto, Khoi-San. I boscimani non esistono più: una volta erano i padroni, si fa per dire, delle terre che spaziavano dal Capo di Buona Speranza (dove l’oceano atlantico e l’indiano mischiano le proprie acque all’ombra della Table Mountain) fino ai territori dell’Angola e della Rhodesia.

Oggi i più autentici tra i discendenti di quegli uomini vivono nelle lande arse del Kalahari namibiano e del Botswana. Ma hanno conservato la loro caratteristica più importante: non allevano animali e non coltivano la terra.  Erano cacciatori-raccoglitori e anche adesso gli uomini cacciano e le donne raccolgono.  Per questo motivo, durante l’occupazione coloniale dell’Africa meridionale, sono stati considerati un inutile intralcio: non avevano terreni che potessero essere razziare né animali che si potessero rubare.

Tra le caratteristiche più sorprendenti dei boscimani va ricordata senz’altro una formidabile conoscenza della natura, dei fenomeni fisici e biologici. Ma anche nozioni approfondite di medicina, di botanica ed etologia. Dalle tracce lasciate sul terreno riescono a determinare il sesso, l’età, la velocità di spostamento e altre informazioni cruciali su un animale. I boscimani vivono nell’ambiente, non lo dominano: sono predatori e prede, adattati (o costretti) a vivere in condizioni estremamente difficili, dove l’acqua è la risorsa più importante e più incerta. Per conservarla si utilizzano uova di struzzo: riempite d’acqua, vengono distribuite sul territorio e utilizzate come serbatoi d’emergenza nei periodi di maggiore siccità.

A proposito dello struzzo: una leggenda boscimane racconta che all’inizio questo goffo pennuto era il solo essere vivente a possedere il fuoco. Gli uomini dovevano scaldarsi con pelli animali e cucinare carne cruda. Ma un giorno una coppia di boscimani vide una strana luce sotto un’ala di uno struzzo e, intuendo che poteva trattarsi di qualcosa di importante, lo distrassero e gli rubarono il fuoco. Da allora gli umani sono gli unici in grado di accendere il fuoco e lo struzzo, ancora sgomento e arrabbiatissimo per l’affronto subito, non usa più le ali. Ecco perché, pur essendo un uccello, non vola.

Il linguaggio è, oltre alla conoscenza della natura, la seconda ricchezza dei boscimani. La gamma di suoni è articolatissima e comprende i famosi “click”: ne esistono sei tipi codificati che si ottengono disponendo la lingua tra il palato e le gengive in maniera particolare. Oltre ai suoni, la gestualità. Comunicano anche con il resto del corpo: sguardi, ondeggiamenti del capo, messaggi con le mani. Ciò deriva, presumibilmente, dalle strategie di comunicazione silenziosa utilizzate per coordinare le operazioni durante le attività di caccia. Ma come cacciano i boscimani? Iniziamo dalle micidiali frecce avvelenate, la cui preparazione è un vero e proprio rito di gruppo, quello sì, rimasto immutato per millenni.

Da un’apparentemente innocua larva di coleottero si estrae un veleno potentissimo. Si aggiungono poi sostanze di origine vegetale che servono ad accelerarne la circolazione nel corpo dell’animale colpito. Le battute di caccia a volte durano settimane intere: interminabili ore di appostamenti silenziosi. Sempre all’erta, di giorno e di notte, anche dopo aver camminato per chilometri e chilometri. Poi una freccia centra l’animale e lo si segue con pazienza e trepidazione fino al luogo in cui il veleno ha portato a termine il suo compito omicida. La prima cosa da fare è stabilire il proprietario della freccia: a lui spetta la parte migliore. Squartato l’animale, gran parte della carne si consuma sul posto. Tutto il resto viene poi portato all’accampamento.

Il pantheon boscimane non è particolarmente affollato: un supremo creatore che dispensa fortune e sventure ed una divinità minore che porta solo guai per gli uomini. Fino a non molto tempo fa si credeva (e ancora oggi molti sono restii a cambiare idea) che la divinità suprema venisse identificata dai boscimani con la mantide. E’ in realtà solo un caso che i nomi utilizzati per indicare il sommo dio e il verde insetto si pronuncino in maniera identica: non esiste alcun rito o rappresentazione visiva che rechi tracce significative di devozione nei confronti della mantide. Anzi, l’aspetto che spesso si associa a Ka’aggen (questo il nome dell’essere supremo) è quello di un enorme corvo nero con la testa piatta e artigli sulle ali. Per i boscimani ogni animale è stato precedentemente un uomo: anche per questo non si uccide mai più selvaggina del necessario. E proprio gli animali sono il centro della vita boscimane: sono la carne che li tiene in vita, sono i protagonisti delle leggende, gli argomenti su cui si discute per ore.

Gli animali del bush costituiscono la quasi totalità delle meravigliose immagini che ancora oggi è possibile vedere dipinte in rosso sulle pareti di qualche roccia: eland, antilopi, struzzi e leoni, elefanti. Ma anche strane figure circolari: secondo alcuni si tratta di indicazioni pratiche per rintracciare pozzi e accampamenti. Altri invece credono che quei segni geometrici siano la raffigurazione delle visioni allucinate sperimentate durante la fase di trance. Ancora oggi in molte comunità boscimani le famiglie si raccolgono intorno al fuoco di notte: le donne forniscono con mani e piedi la base ritmica delle danze mentre giri vorticosi su se stessi, sempre più veloci e incontrollati, sono il segno che qualcuno sta cadendo in trance: una pratica comune a molte etnie africane, cui si attribuisce un valore sociale rilevante e fondamentale per sanare i contrasti interni al gruppo.
Tra i siti con pitture rupestri meno visitati ma più affascinanti e misteriosi: Tsodillo Hills, in Botswana. La strada per arrivarci è dura persino per un fuoristrada giapponese. Ma dormire tra quei roccioni sacri è un’esperienza magica e inquietante anche per chi l’Africa l’ha girata e si sente “vaccinato” alla dolce prepotenza del continente più vecchio del pianeta.