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Matrimonio a Nazareth, per scoprire il Wajib palestinese

Attraversiamo il Mediterraneo con il giovane protagonista del film di Annemarie Jacir.

Satine Film
Il Viaggio da paura di Alì F. Mostafa era stato un unicum per il cinema che siamo abituati a vedere: un road movie tutto mediorientale attraverso alcune delle zone che spesso sentiamo tristemente citare nelle cronache, molto diverso anche dal Libere, disobbedienti, innamorate e ancora più da film successivi ambientati nel cuore pulsante di quel Vicino Oriente, dove torniamo oggi con Wajib - invito al matrimonio di Annemarie Jacir.

La coproduzione indipendente (con Colombia, Francia, Norvegia, Germania, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito) presentata al Festival di Locarno e selezionata per rappresentare la Palestina ai Premi Oscar 2018, ci regala un diverso sguardo su una cultura così vicina e così lontana e ci porta nella città di Nazareth, spesso nominata e altrettanto di frequente misconosciuta… Qui vive Abu Shadi, stimato insegnante di 65 anni che ha cresciuto da solo i due figli dopo l’abbandono della moglie e la sua fuga in America con un altro uomo. Oggi Abu si appresta a vivere quello che è forse il giorno più bello della sua vita: il matrimonio della figlia Amal. Ed è un'occasione unica scoprire le tradizioni di un popolo tanto vessato, e vivere insieme la festa.



Per aiutare il padre nei preparativi, infatti, torna nella città natale anche Shadi, fratello della sposa che da tempo ormai vive in Italia, dove lavora come architetto. Pur avvezzo agli usi occidentali e molto critico verso quanto accade nella regione, Shadi non si sottrae al rispetto della locale consuetudine palestinese che prevede il cosiddetto "Wajib", il "dovere" da parte dei familiari, di consegnare personalmente le partecipazioni di nozze, come forma di rispetto verso gli invitati. Di casa in casa, con visite a familiari, amici o anche semplicemente vicini, Shadi e Abu Shadi si apprestano a trascorrere insieme un’intensa giornata on the road dedicata a incontri e consegne così come vuole la tradizione. Le porte di cristiani, mulsulmani e anche atei si aprono al loro arrivo. Ma se al cospetto degli invitati padre e figlio riescono a calarsi nel ruolo che tutti da loro si aspettano, nei momenti in cui sono soli, la diversa visione della vita e dei valori che ormai ampiamente li separa affiora man mano in superficie costringendoli a un inevitabile confronto.

Realtà e fantasia si sono mescolate spesso durante la lavorazione, sia per il fatto che sono davvero un padre e un figlio a interpretare i due protagonisti (per altro doppiati, nella versione italiana, da Marco Mete e il figlio Andrea), ma soprattutto per quanto accaduto in alcune delle location usate… e non. "È un posto dove è difficile girare - ha ammesso Jacir parlando di Nazareth. - Ho lavorato in molte città palestinesi: Jaffa, Jericho, Betlemme e Ramallah, dove ci venivano incontro per aiutarci o portarci cibo sul set, decisamente non è stato così a Nazareth. Forse perché vi si girano talmente tanti film che non ne possono più del cinema".

"Quando siamo andati a Nazareth Illit, l'insediamento costruito negli anni Cinquanta sulla collina dove i due vogliono salire per consegnare l'invito all'israeliano Ronnie, ci hanno cacciato due volte. I vicini si sono lamentati e hanno chiamato la polizia. Senza una ragione specifica. Hanno sentito parlare in arabo e, nonostante avessimo il permesso: a Gaza e Ramallah è difficile perché vedi l'occupazione vera, ma questa è un altro tipo di occupazione", racconta Maurizio Ermisino dell'incontro romano col regista. Che conclude sottolineando le difficoltà di Nazareth, ma non solo: "È una città piena di tensioni, dal 1948 non si fa altro che costruire l'uno sull'altro perché le terre sono state confiscate e lo spazio non c'è. C'è molto traffico, rumore, ignoranza, violenza. E poi c'è l'amore, ci sono le tradizioni, il desiderio di una vita migliore. La vita non è mai vuota, c'è sempre qualcosa da scoprire".
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