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L'importanza di New Orleans nel disastro della Deepwater

Il racconto dell'incidente del 2010 ricostruito in un set da record ai margini della città del Mardi Gras

Medusa
Il 20 aprile del 2010 resterà purtroppo una data infausta nei calendari di molti appassionati ambientalisti, per il tragico incidente accaduto sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon al largo del Golfo del Messico. A causa di una esplosione, una grave perdita di idrocarburi e un concomitante furioso incendio si innescò un vero e proprio disastro al largo delle coste della Louisiana, che oggi possiamo approfondire grazie al film di Peter Berg Deepwater - Inferno sull'oceano.

Una storia vera alla base, quindi, o più di una, visto che a differenza della maggior parte delle cronache dell'epoca la vicenda raccontata sul grande schermo si propone di mostrare al grande pubblico quale fu la reazione dei 126 uomini a bordo della piattaforma, che due giorni sprofondò a 400 metri di profondità, dove giace attualmente. Uomini e donne costretti a combattere per salvarsi e poter tornare alle proprie vite, lasciando quell'Oceano di fuoco, e che è toccato a Mark Wahlberg, Kurt Russell, Kate Hudson - tra gli altri - interpretare.

Una situazione diversa dal solito, un set diverso da molti altri quello organizzato in Louisiana, nella popolosissima, affascinante e spesso problematica New Orleans. O meglio, della parte orientale dell'area metropolitana di New Orleans–Metairie–Kenner denominata Chalmette, dove è stata ricostruita parte della piattaforma - nel parcheggio abbandonato di un Parco di Divertimenti Six Flags - proprio per poter effettuare le riprese. Una riproduzione grande quasi quanto la Deepwater originale (l'85% di quella), alla quale hanno lavorato circa 300 persone per almeno sette mesi. Secondo alcuni esperti del settore, il più grande set mai costruito con i suoi 23m di altezza, 46 di larghezza e 52 di lunghezza completamente circondato da una maxi vasca contenente milioni di litri di acqua.



"Lavorare sulla costa della Louisiana pone delle sfide", racconta lo scenografo Chris Seagers, spiegando che per opporsi alle tempeste locali, capaci di spazzare via tutto, hanno dovuto utilizzare davvero parti metalliche di venti o trenta tonnellate. Proprio come quelle vere. "Normalmente non lavoriamo a quelle altezze - aggiunge, - perché tecnicamente non è più necessario grazie agli effetti speciali. Ma in questo caso l'abbiamo fatto". "Quando Pete è venuto per la prima volta sul set - ha aggiunto Burt Dalton, supervisore degli effetti speciali - stavamo appena costruendo la base delle torri. Non poteva crederci. Abbiamo dovuto dirgli che quello era il momento per dire 'no', se voleva…".

Ma l'opera colossale è continuata, a quanto pare, e a quanto si vede nel film, nel quale l'azione sembra reale come non mai anche grazie a tanto impegno e attenzione ai dettagli. Dei singoli collegamenti tra le tubature e della trivella stessa. "La vera torre di trivellazione è alta 90 metri, noi ne abbiamo costruiti 12, - rivela ancora Seagers - poi ci hanno pensato i ragazzi degli effetti speciali. Il modo in cui si passa dalla struttura fisica a quella virtuale è davvero senza soluzione di continuità. È incredibile!".

Non sorprende, in fondo, che passino in secondo piano le location inglesi - di Liverpool - e newyorkesi, utilizzate per le scene negli uffici della BP e poco più, con una storia del genere. Con la 'devozione' dimostrata anche solo nella realizzazione tecnica di quello che è diventato un vero e proprio omaggio alle 11 persone che persero la vita quel giorno, e ai 115 che riuscirono a evacuare l'impianto nel Golfo del Messico.

 
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